Da: A.Brahusha
Trad:L.Ruvina
Attraverso il tempo ho sentito il tuo arrivo, come un peso che mi ha fatto male senza ancora apparire. Tutto il fiato preso dall’ossigeno del mondo da quando nacqui, non bastò a riempirmi i polmoni, quando ti vidi mostrare dinanzi a me quel passo leggero e lungo, e i capelli dondolanti, da quella testa che il tuo fragile corpo teneva sulle spalle. E tu sei li, finalmente, lì dinanzi a me, solo pochi metri. Ti chiamai e dentro non potevo gioire a quella visione perchè dovevo andare via. Quanti pochi secondi per una cosa che ho atteso tutta la vita. O Dio.
Mentre cammino per incontrarti al portone, ho una calma nel corpo (donatami senza saperlo) per quell’attimo, in cui sarei dovuto impazzire. Oh, che abbraccio eterico, il tuo aroma, occhi, e poi quel bacio sul collo che rinnova la promessa. Tu sei lì e di nuovo penso che non ho il tempo sufficiente per gioire a tale vista. Mi tocca guardare altrove, perchè mi pare che mai potrò staccare gli occhi dal tuo viso. Intanto viaggio insieme a te, come dire in un altro cielo, come in una promessa fatta migliaia di anni fa, due ciliegie ho conservato per te, e dopo che le vedi quasi mi dai un bacio sulle labbra, ma c’è tempo, io e te non so come facciamo a saperlo che c’è tempo, perchè a quanto pare dentro di noi sappiamo che la felicità è un attimo infinito che si distribuisce con cura nel temporaneo tempo del quotidiano.
E i noccioli di quelle ciliegie di dicembre, girano nel languore della tua bocca. Ti vedo e ti tocco le mani. Poi vedo la tua bocca che non smette di impedire al rumore di allontanare i pensieri. La notte si è intristita di pioggia, e gialle luci perforano i vetri appannati del taxi. Sono così senza peso che mi pare di non sapere dove sto andando. Pulisco il vetro appannato come fosse la dimenticanza e presto mi ricordo subito dove mi trovo. Dolce amnesia della felicità che mi stupisce anche se dentro una sola idea mi ribolle. Tu. Ti ho lì quindi, alla mia destra, e mi giro, e quando ti vedo che ci sei ancora, il cielo quasi tocca terra.
L’umorismo che non fa ridere del tipo alla guida è un altro modo facile per affrontare, senza troppe parole, quel spazio ormai piccolo che c’è tra noi. Guardo i tuoi vestiti, le gambe, il corpo e poi la faccia, poi sento quella voce, tutta vicina, e per niente so che faccia io abbia. Pace. Ho una pace dentro che tu senti. Sono fermo ma non pietrificato. Osservo la strada che porta in città. Ancora un pò e staremo insieme io e te. Ogni cosa è in funzione a questa idea. Devo darmi da fare ed agire con azioni che servano a questa idea.
Un spazio che ci attende, che attendiamo. E ci stiamo dentro se la notte nasconde la pioggia, ma non l’acqua che continua a gocciolare. Quando stiamo dentro, noto che non so che fare prima, voglio che tu ti senta al tuo agio, accendo le luci spesso, così, per assicurarti una visione più chiara di dove tu sia. Voglio morire, ma non ho tempo. Ti abbraccio, con la cura che si ha quando si abbraccia qualcosa di raro. Una gioia tranquilla, che sa che si espanderà in tutto il tempo, arriva e mi si accumula tra le labbra. Tu sei lì, io ci sono, con te. Respiriamo l’un l’altro come due animali che non si vedono da millenni.
Luci di questa prima notte, luci che arrivano dall’eternità e che si espandono nella stanza che ci raccoglie. Fretta non ce n’è, la fretta non ha senso, perchè ormai tutto si trova lì, le mani si allungano e circondano i corpi. Le goccie dell’acqua continuano a gocciolare dall’eternità ed entrano in stanza: sarà il tempo o lacrime dell’universo? Lacrime che la soffitta non può trattenere. Poi il sangue scorre da te come dalla gola di un agnello sgozzato mentre chiude gli occhi in estasi, liquido rosso, linfa e lacrime dallo spazio scorrono come da una cascata che mai sa seccarsi. Il tuo corpo sul mio grembo, ormai i nostri corpi si intorciano e le anime si incontrano dentro ad essi.
Il buon odore dell’universo ha invaso la stanza. Felicemente arruffato, accarezzo il tuo tenero sguardo che si versa sul mio petto. Questi non sono baci, ma occhi seminati, gioia di vita circondata di suoni di uccelli nel bosco dei tuoi capelli che cadono su di me. Di nuovo voglio morire, ma ormai non ho un motivo. La tua mano entra dentro alla carne, sposta le ossa e vuole toccare il fuoco, tenta di catturare la sua fiamma, per scaldarsi, o bere quella luce come acqua di sorgente, luce su ogni luce, nessuno si brucia e il sangue continua a scorrere dalle narici di matrice acquosa, che fiorisce come una peonia dentro la mia costola carnosa.
La frutta dentro il cestino al angolo ci guarda sotto la lingua fuocosa della candela. Alza la testa osservando ciò che accade, frutta raccolta da gemme di cortili lontani, sconosciuti, da stanche mani di raccoglitori, frutta dei giardini del mondo, giardino pieno creato apposta per questa notte, per questo sangue che dipinge la serata, per queste lacrime che gocciolano alla notte. La tigre addomesticata dai denti lunghi ed affilati morde l’etere, ciò che stiamo circondando non assomiglia alla carne ne alle ossa, ma all’abbraccio dell’aria intorno. Lo senti l’ognipresente che ci ha creati? Il sapore della verità nella forma più tangibile possibile, delineata da figure che ci hanno insegnato a misurare.
Maratona di incontro fino a quando i corpi lasciano il posto alle idee, e le idee lasciano il posto alla pace che si prende per i capelli, al punto di dare l’impressione di una lotta tra due animali celesti. Viaggio al centro della luce, alla ricerca della luce nascosta tra vari tratti. Viaggio naturale fuori dalla natura delle cose, albero di luce, intrecciata fino al punto da non poter capire dove inizi il maschio e dove finisca la femmina; un essere androgeno come pietra angolare per le idee di Platone, una giusta misura di Aristotele che unisce ciò che ha Tempo ed è stato diviso con una spada pagana, unità completa e per nulla arrogante che vive nella più felice pace da Dio riservata a due parti che una volta erano una sola cosa.
E tutto scorre come un ora celeste, perchè una sola cosa, è come un perpetum che si muove senza sforzo, deve solo obbedire alla corrente dell’universo e vola in cime dove ormai si vede chiaramente di sotto il passato e di sopra il futuro. Come abbiamo potuto entrare così dentro l’un l’atro, senza deformare nemmeno una ciglia nella forma altrui? A quanto pare all’inizio si deve amare, por si deve sapere, poi amar sapere e alla fine si deve saper amare. E se tutto ciò capitasse contemporaneamente? Esiste un corpo che può da solo affrontare tutto ciò? E’ il nostro meraviglioso corpo che partecipa ad un gioco creato non per essere giocato in terra ma solo in cielo. E questo volo verso la luce bianca altro non è che una ricerca verso i confini del possibile, che nasce solo all’incontro con l’ognipresente, lontano dove le costellazioni, come le nebbie della sera, illuminano, nel occhio che ruota, lenzuola arrossite del nostro sangue in cui circola il ferro che bolle nel focoso centro della Terra.